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Ugo

Rho, 6 Aprile 2010
La malattia di mio padre esordisce in maniera subdola, un sabato di fine di gennaio 2010: qualche inceppamento nel parlare (tecnicamente: disfasia), un certo rallentamento motorio, un atteggiamento meno attivo del solito. Questi sintomi, pur non sfuggendo all’attenzione mia e di mia madre, non sono tali da farci andare direttamente in pronto soccorso, come ho letto accadere in altri casi. Prenotiamo senza urgenza una visita dal neurologo, che ha luogo un mese dopo, ai primi di marzo.
Il neurologo riscontra come unico deficit la difficoltà nel parlare e suggerisce una TAC, sempre non urgente. Il referto della TAC, giunto il 15 marzo, parla di un’area iperdensa in sede frontale sinistra, meritevole di approfondimento diagnostico tramite risonanza magnetica. In quel momento, anche grazie all’aiuto di un mio amico medico, capiamo che probabilmente si tratta di un tumore (e non una malattia degenerativa tipo Alzheimer, come invece pensavamo). Il tumore sembra però essere non particolarmente esteso.
E’ la risonanza magnetica (25 marzo) a rivelare la situazione in tutta la sua gravità: vasta area di alterato segnale in sede frontale sinistra estesa al talamo ed ai nuclei della base, compatibile con glioma ad alto grado di malignità (in pratica glioblastoma, come poi confermato dall’esame istologico). Il tumore, a detta del neurochirurgo, risulta solo parzialmente asportabile ed essendo ad alto grado di malignità, curabile ma difficilmente guaribile.

Decidiamo comunque di combattere la battaglia, che sappiamo difficile e, dopo un consulto “volante” e avendo già preso i contatti per le successive chemio- e radioterapia, venerdì 26 marzo papà viene messo in nota per l’intervento chirurgico presso l’ospedale di Legnano (noi abitiamo dalle parti di Rho, nel milanese). Io, mia mamma ed una nostra amica accompagniamo papà al ricovero presso il reparto di neurochirurgia alle 3 di pomeriggio del 31 marzo.
Negli ultimi giorni le condizioni di papà, che dal quel sabato di fine gennaio si sono mantenute
sostanzialmente stabili, danno segni di peggioramento: silenzi più protratti del solito, una incertezza nel camminare. La sera del 31 marzo, in ospedale, vedendo che mia madre continua a fare domande a papà che invece appare confuso e risponde a monosillabi, decido che non è il caso di insistere: alle 7 e mezzo di sera lasciamo l’ospedale. Per tranquillizzare mia madre invio un sms a papà -“è arrivata la cena?”- dicendo a mia madre: “vedrai che adesso risponde”.
La risposta a quell’sms non è mai arrivata. Vengo svegliato alle due di notte da una telefonata
dall’ospedale: la situazione si è aggravata e ci pregano di andare subito là. Era successo che il tumore aveva provocato un’emorragia cerebrale, resa ancora più devastante dal fatto che papà prendeva la cardioaspirina (un anticoagulante). L’intervento chirurgico, effettuato al mattino seguente con l’obiettivo di rimuovere sia il tumore che l’ematoma, tecnicamente ha successo, ma i danni subiti dal cervello sono troppo gravi e papà non si risveglierà più. Dal momento della diagnosi sono passate meno di due settimane.

La malattia è stata molto veloce, per cui a mio padre il calvario della malattia è stato risparmiato: in questi due mesi le sue condizioni sono sempre state buone, tant’è che fino al giorno prima del ricovero papà ha fatto la sua normale vita da pensionato, andando a prendere il giornale, andando a correre e svolgendo commissioni varie. Per questo, con la fede di chi non ha mai creduto con grande convinzione, con la fede che i momenti più dolorosi dell’esistenza possono suscitare, voglio ringraziare Dio.

Caro papà, in tutti questi anni che sei stato con me purtroppo il nostro rapporto è stato spesso conflittuale: perdonami per questo. Io so che tu ti fidavi di me per farti “venire fuori da questa situazione” come dicevi tu, come tante volte tu hai fatto con me. Io ti dissi che c’era l’operazione, poi delle cure: perdonami se le cose sono andate diversamente da come ti avevo promesso. Tante cose sono rimaste non dette tra di noi, una mi fa soffrire più delle altre: ti ho detto che ti volevo bene solo quando tu ormai non eri più in grado di sentirmi. Voglio vivere pensando che da qualche parte, in qualche modo, sei venuto a saperlo lo stesso.

Ciao, papà.

Alessandro