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Amedeo

Amedeo era il mio papà. Aveva 67 anni e tra meno di un mese sarebbe diventato nonno per la prima volta. Invece un terribile glioblastoma di IV grado se l’è portato via in 2 mesi, senza che ci fosse nemmeno il tempo di impostare una strategia di cura, un attacco, una guerra: ovviamente inoperabile perché troppo il tumore era già troppo esteso, a causa del peggioramento rapido del suo male non ha nemmeno iniziato la radioterapia.


Qualcuno mi ha detto che è stato meglio così, che gli abbiamo evitato una sofferenza in più. Papà è morto sereno nel suo letto, con me e la mamma vicine, accudito fino all’ultimo con
tanto amore e tanto affetto. Non si è accorto di nulla perché è passato dal sopore alla morte, dopo una settimana di incoscienza.
Quello che mi porterò dentro per sempre sono le ultime settimane con lui, la profonda tenerezza che mi ispirava, il bisogno fisico di stargli vicino, di riempirlo di baci e di stringere forte la sua mano per non lasciarlo andare via.


Questi ricordi sono difficili da esprimere a parole, ma un episodio lo voglio raccontare: eravamo a casa, a pranzo, ancora riusciva e stare seduto, anche se non parlava quasi più. All’improvviso abbiamo sentito una scossa forte di terremoto, e io ho urlato: lui allora mi ha preso subito la
mano per tranquillizzarmi, lui che ormai da solo non riusciva a fare più nulla e che dipendeva da noi in tutto, voleva darmi forza e dirmi di non aver paura, non voleva che il mio bambino si spaventasse.


Bastava questo, bastava un suo sorriso. Era diventato come un bambino, povero papà, e l’ultima volta che l’ho visto cosciente sono riuscita anche a salutarlo senza piangere. Lui
non ci vedeva più, ma la sua mano sapeva ancora stringere forte la mia. Sono stata felice.
Questa malattia è davvero la più brutta, e so che tante persone che stanno leggendo ora ci sono dentro fino al collo e non sanno da che parte voltarsi. Non voglio dilungarmi sugli
aspetti più dettagliati della malattia, perché ogni caso è a sé, e purtroppo questo tumore è sempre una sentenza di morte. Il periodo più brutto è stato quello della diagnosi, con le attese,
le ricerche, le speranze. Ma ti viene fuori una forza che non sospetti minimamente di avere, faresti tutto e andresti in capo al mondo per aiutare chi ami.

So bene cosa si prova. Ora rimane solo un vuoto grandissimo, con tanta tristezza. Mi basta vedere una sua foto per scoppiare a piangere. Tra poche settimane nascerà il mio
bambino e porterà anche il suo nome. Sono certa che il papà sarà lì a vegliare su di noi e mi stringerà forte la mano, dandomi i suoi bacini. E sarà così per sempre, adesso non lo
perderò più.


(Lascio il mio indirizzo a chi volesse scrivermi, per qualsiasi motivo: lucebuia80@yahoo.it)


Laura