AITC Associazione Italiana Tumori Cerebrali

Annarita

Tutto comincia subito dopo Pasqua 2007.


Il mio papà, prossimo ai suoi 66 anni, comincia a camminare male e ad avvertire una
forte debolezza negli arti inferiori tanto da non riuscire a volte a stare i piedi. Io non
ero a casa con i miei in Puglia, ma mi trovavo a Milano per lavoro.
La notte tra il 19 e il 20 aprile ha una forte crisi ipertensiva con e cefalea e lo portano
al pronto soccorso dove viene curato con delle pillole contro l’ipertensione e lo
rimandano a casa la mattina dopo.
Da mesi non stava bene e mia sorella lo portava in giro per visite, tra cui anche quella
endocrinologica dove arriva il 21 aprile in uno stato pietoso: camminava a piccoli
passi con le braccia distese e protese in avanti e piangeva.

Il dottore lo visita e dice che la tiroide è a posto ma che per capire cos’ha deve farlo
ricoverare. Intanto torna a casa ma la sera del 22 lui stesso, verso mezzanotte, dice di
volersi ricoverare e non essendo un uomo lamentoso e suggestionabile, viene portato al
pronto soccorso da mio cognato e visitato da cima a fondo.
Nasce subito il sospetto e gli fanno una tac alla testa. Responso: presenza di due
carcinomi di 3 cm circa. Subito mannitolo e cortisone per ridurre l’edema cerebrale. Il 2
maggio lo portiamo in ambulanza a San Giovanni Rotondo dove si cerca l’origine del
tumore che dopo vari esami in tutto il corpo, si scoprirà essere solo nella testa:
eteroplasia cerebrale di grado elevato (probabile glioblastoma multiforme).
Le lesioni sono così tante e diffuse che il neurochirurgo mi guarda in faccia, e molto
schiettamente mi dice che lui non sarebbe intervenuto sul cervello devastato del mio
papà per fare una biopsia perché non serviva avere un esame completo data la gravità
della situazione. Il mio papà, mi dice, ha pochi mesi di vita.

A lui non ho detto mai niente, e i giorni passati da Padre Pio, nonostante la brutta
notizia, per me sono andati avanti sereni e io ho continuato a godermi il mio papà che
come sempre rideva e scherzava pur essendo in ospedale da quasi due mesi. Il 24
giugno torniamo a casa e già la malattia galoppava, e lui era sempre meno lucido e
nemmeno si rendeva conto dei capelli che stava perdendo a causa della radioterapia
fatta in ospedale. Dormiva molto e spesso mi chiedeva di fargli leggere la lettera di
dimissioni e tutt’ora non so se abbia mai capito il contenuto o se faceva finta…Non
contenta il 3 luglio vado a Milano con tutte le carte al Besta e anche lì mi dicono che
il mio papà non lo possono operare e che al massimo vivrà un anno ma non soffrirà per
la sua morte perché il suo cervello diventerà una macchia scura e lui non si renderà
conto di nulla.
Torno a casa e il mio papà è sempre più debole e sonnolento. Il 16 luglio un’altro
ricovero in pneumologia dove gli curano una bronchite cronica e il diabete insorto a
causa del cortisone. Proprio in questi giorni ha un attacco di cuore e per fortuna ne
esce illeso, ma non si alza quasi più dal letto perché non si regge in piedi, e l’oncologo
ci consiglia di non fare il Temodal perché la situazione sta precipitando ed è meglio
lasciarlo stare tranquillo….

Il 27 luglio torniamo a casa sempre in ambulanza e il mio papà, che ancora parla e
capisce, nel giro di una settimana si alletta permanentemente. A stare in piedi non ce
la fa, dobbiamo tenerlo stando uno dietro e l’altro davanti x non farlo cadere, e lui
piange, piange molto e pensa che siano solo le gambe, che già erano state operate in
passato per altri problemi…Tutto diventa una bugia, finché anche le braccia non
funzionano più e dobbiamo imboccarlo, lavarlo, vestirlo, mentre lui emette lamenti e
piange ringraziandoci per il nostro affetto e la nostra pazienza.
A volte riesce anche a farci ridere perché dal letto ci manda dei bacini volanti e la sua
bocca diventa a forma di cuore. Intanto otteniamo anche l’assistenza domiciliare
oncologica e grazie alle infermiere imparo a fare molte cose utili per il mio papà. Sono
felice di assisterlo, stare con lui nn è un peso, perché lui non fa altro che coprirmi di
baci e farmi sentire la migliore figlia del mondo.
Ma ormai niente in casa è come prima, lui perde pian piano la memoria, non muove
più il braccio destro e molto poco il sinistro. E’ crocifisso nel letto e dorme sempre,
mangia sempre meno, ma la situazione resta stazionaria da settembre fino a Natale.

Papà non ha più una vena in buono stato, le flebo non reggono, il suo corpo è
martoriato da lividi e buchi dovunque, nelle mani, nella braccia, nei piedi e nelle
gambe. Inoltre non riesce più ad inghiottire niente e mangia sempre meno, non parla
più. Apre solo gli occhi ma è assente, solo ogni tanto con nostra sorpresa fa solo cenni
con la testa.
Da Santo Stefano anche la diuresi diventa faticosa, e pian piano non riesce più a
smaltire i liquidi, le flebo reidratanti non scendono, sembra tutto assurdo.
Il 4 gennaio ha l’unica crisi epilettica della sua malattia, e l’8 sospendono tutte le
terapie. Papà è in coma, dopo uno stato soporoso durato mesi. Non mangia, non beve,
ha solo l’ossigeno e il catetere vescicale. Respira a fatica e il suo viso cambia aspetto e
compaiono le piaghe sulla mano destra e nei reni.

La sua pelle si squarcia nelle ultime due settimane perché smette di nutrirsi e
idratarsi. Il 7 gennaio il suo polso è debole e la pressione non è rilevabile, è questione
di ore dicono i medici e le infermiere. Ma papà si riprende, e nell’ultima settimana io
spero ancora in un miracolo. La situazione però precipita nuovamente e papà si
spegne il 15 gennaio alle 11.35 in una bella mattinata di sole con attorno moglie,
figlie e i suoi 4 fratelli giunti da Milano.
Ha usato fino all’ultima riserva che aveva perché non voleva morire, e prima di Natale
ci aveva anche salutate con un lieve “Ciao”,pronunciato in due momenti diversi a me e
mia sorella. Pensate quanto è strana la vita.

Papà ci ha lasciato senz’altro troppo presto e io non riesco a pensare ad altro.
Mi consola solo il fatto di essergli stata vicino sempre, di averlo difeso perché era
diventato come un bambino che non poteva fare altro che stringere la sua copertina e
le nostre mani. Che altro dire, spero di poter aiutare altri con la mia esperienza di vita
seppur tragica per un consiglio pratico o un conforto.

Lascio mio contatto a chi avesse bisogno di me: 3471863329.

Anna Rita